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CRONACHE DALLA SALA - ALICE IN WONDERLAND
“Evviva il Cappellaio, abbasso il 3D”

Il 3D al cinema si sa, è stato da subito un elemento di rilancio più di tipo economico che creativo, l’industria del cinema in crisi di idee e di vere novità cercava da tempo un ingrediente speciale per condire una minestra sempre più insapore.

Passata l’era dei formati cinematografici, degli effetti surround e di quelli digitali si sentiva la forte necessità di un cambiamento che potesse coinvolgere in prima persona lo spettatore, ovvero il principale protagonista che sta alla base della grande catena alimentare dell’ecosistema cinema. La necessità di creare un effetto diretto fatto di apparenza e stupore piuttosto che di sostanza è ormai la principale priorità di qualsiasi realtà commerciale alla ricerca di un ritorno immediato nel breve periodo.

Eccoci giunti al fine, l’alba di una nuova era è appena iniziata; il cinema risponde alla crisi con l’effetto speciale dal rientro economico più veloce, con un trucco da magia i creatori della terza dimensione attirano curiosità, consensi e capitali. Il gioco funziona da subito e gli investimenti partono; da almeno un anno vediamo sfornare titoli in 3D in quasi tutte le multisala, la gente accorre, incuriosita dal nuovo trend e giudica l’esperienza con l’eccitazione di chi sta vivendo dentro ad una nuova grande avventura.

Sulle ali dell’entusiasmo il recente “avatariano” kolossal di James Cameron, sembra aver rotto definitivamente gli argini, il 3D è piaciuto un po’ a tutti e grazie ai conti che tornano questa nuova frontiera sembra essere la ricetta più consona al rilancio economico del settore. Ma purtroppo non di soli “Avatar” vive questa nuova era, tralasciando gli aspetti puramente economici e vedendo questo primo anno di produzioni digitali, le domande che ci poniamo sono: ”Quanto 3D vale realmente la pena produrre?” e soprattutto ”Quali film in 3D valgono la pena di essere visti?".

E’ importante analizzare da subito un nuovo movimento, soprattutto nel momento del suo boom iniziale, perché è proprio in questa fase emotiva che si fa più fatica a vedere la realtà delle cose. Un grande spunto per queste nostre valutazioni ce lo offre l’ultimo film di Tim Burton “Alice in Wonderland”, un film che coniuga in maniera chiara il compromesso tra opera visiva e film commerciale.

Da una parte il prode Tim ormai regista navigato con uno stile inconfondibile traccia una grande visionaria storia, dall’altra la Disney che produce e vende, costruisce l’opera e il suo lancio sulle nuove speculazioni tridimensionali; ovviamente il risultato che ne consegue è un film per tutti ma anche per nessuno. I compromessi tarpano le ali e abbassano il livello medio in qualsiasi tipo di rapporto e relazione, i compromessi riducono talento e personalità, riducono slanci e attitudini e in questo “Alice in Wonderland” di compromessi sembrano essercene tanti.

Da una parte lo strepitoso Cappellaio Matto essenza massima della poetica “burtoniana” e dall’altra una serie di effetti tridimensionali e di personaggi animati decisamente stereotipati e a volte mal computerizzati. Ci sono idee interessanti (le guardie-carte della Regina Rossa e quelle da scacchi della Regina Bianca), costumi magnifici, maestose scenografie e colori sublimi ma anche una sceneggiatura troppo commerciale e poco emozionante che sembra dimostrare come Tim Burton più che a un suo personale progetto abbia lavorato (con il freno a mano tirato) a un lavoro commissionato. E così, per accontentare tutti gli avventori e appassionati della nuova esaltante tecnologia, il “paese delle meraviglie” da affascinante diventa un po’ tronfio, da sfavillante diventa a tratti “baraccone”.

La regola da parte delle Major per ora sembra essere: ”sbatti il 3D in prima pagina e fallo fruttare fino a quando il mercato tira”, senza considerare che l’applicazione di tale regola comporta pericolosi effetti collaterali quali l’assuefazione, la perdita di interesse e l’abbassamento quasi immediato della richiesta di prodotto… per dirla in breve alla fine di “Alice in Wonderland” avremmo anche fatto a meno del 3D, ma mai dell’essenza vitale del Cappellaio Matto.
data: 05/03/2010 
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