dal 1999 testimone di un’evoluzione

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Aki Kaurismaki

Il cinico e il sognatore

Aki Kaurismäki è nato ad Orimattila, in Finlandia, il 4 aprile 1957 da una famiglia piccolo-borghese. E’ figlio di un commesso d’abbigliamento e di un’estetista, trascorre l’adolescenza tra libri, musica (soprattutto blues e Frank Zappa) e biglietti del treno per andare al cinema in città. Frequenta l’università fino al terzo anno, finché, dice, «ho raccolto le mie cose, che stavano in due borse, e sono andato ad Helsinki a cercare lavoro». Vi si trasferisce con il fratello Mika, oggi anche lui cineasta, con il quale coltiva fin dall’infanzia la passione per il cinema (arrivava a vedere senza problemi anche sei film al giorno) e per la letteratura. Nella sua casa di Karldwla oggi ci sono più di cinquemila libri, molti riletti tante volte: «La passione per il cinema è arrivata dopo, quando ero adolescente», confessa. «Amo i racconti meno conosciuti di Kafka, amo Gogol, ma il miglior libro di tutti i tempi resta “Il gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa».

Per mantenersi fa vari mestieri, dal giornalista (che definisce “un’esperienza catastrofica”) al postino, dal lavapiatti a Stoccolma al magazziniere o all’imbianchino. Tutti questi lavori così diversi hanno ispirato quei «marginali ben educati» che troviamo nei suoi film, ovvero quei personaggi che non bevono birra, ma superalcolici raffinati, come il Calvados de “Gli Indegni”.

Frequenta contemporaneamente cineteche e cineclub, e così ben presto inizia la sua carriera come critico cinematografico. Crea con il fratello la casa di distribuzione Villealfa (chiamata così in omaggio al film “Alphaville” di Jean-Luc Godard) la quale realizza a budget ridotto i film di entrambi.

Il tema cardine dell’opera di Kaurismaki, il sentimento che maggiormente ha interesse ad esprimere è l’orrore della vita, l’orrore della società. I suoi personaggi sono tutti dei perdenti, uomini senza qualità destinati ad una vita ai margini della società a causa della propria incapacità di aderirvi completamente e di comprenderne i meccanismi.
I contatti umani sono rari e la comunicazione si fonda sui gesti e sugli sguardi, più che attraverso le parole. L’unica consolazione è la musica, così come unica speranza è la fuga dall’orrore sociale.
La sua innata e personalissima verve comica gli consente di poter brillantemente creare la commedia a partire dal dramma e di realizzare un’affascinante fusione tra le sue “personalità”, quella realista e quella surreale.
Kaurismäki mostra nei suoi film, senza alcuna pretesa ma col sorriso sulle labbra, che in fondo dietro l’orrore si nasconde la bellezza e che vale la pena vivere per portarla sempre alla luce.

Nel 1981, i due fratelli dirigono il film-documentario sulla musica rock “La sindrome del lago Saimaa”, girato in riva al più grande lago della Finlandia.
Successivamente è la volta di “Calamari Union” (1985), “Ombre nel paradiso” (1986) e nel 1987 di “Amleto si mette in affari”, personale rilettura della tragedia shakespeariana in chiave anticapitalistica; nello stesso periodo fonda da solo, senza il fratello, la casa di produzione Sputnik.
Dopo “Ariel” (1988) realizza nel 1989 “La fiammiferaia”, con cui prosegue la sua indagine attraverso l’universo del proletariato tramite la storia di Iris, un’operaia di cui racconta la triste esistenza in fabbrica e le delusioni amorose.
Nello stesso anno dirige il paradossale “Leningrad Cowboys Go America”, folle e surreale road movie infarcito di umorismo macabro che si esplica attraverso il mondo del rock americano.
Dopo “Ho affittato un killer” (1990), presentato con successo alla mostra del cinema di Venezia, realizza “Vita da Bohème”, ispirato al romanzo di Henri Murger, con l’attore feticcio di Truffaut (Jean-Pierre Léaud) come protagonista. Invece delle musiche di Puccini, Aki utilizza Mozart e i valzer francesi, spogliando la tragica storia di Mimì da ogni romanticismo.
Con “Tatjana” (1994) Kaurismäki giunge alla più pura essenzialità nordica realizzando un’opera quasi priva di dialoghi, ambientata in un mondo surreale, dolce e sconsolato allo stesso tempo. Due anni più tardi nasce “Nuvole in viaggio”, commedia dai toni leggeri che prende spunto dalle attualissime problematiche della crisi economica e della disoccupazione.
Nel 1999 realizza il film in bianco e nero “Juha”, adattamento di un classico della letteratura finlandese di Juhani Abo; questo film, corredato anche da cartelli esplicativi, non ha dialoghi nello stile del vecchio cinema muto. Del 2002 è invece la volta del fortunatissimo “L’uomo senza passato”, che ha visto in tutto il mondo una consacrazione da parte della critica e del pubblico ed è premiato al festival del cinema di Cannes con il Grand Prix Speciale della Giuria.
Dopo il piccolo episodio “The Trumpet”, appartenente al film collettivo “Ten minutes older” (uno degli episodi è firmato dall’amico americano Jim Jarmusch, attore in alcuni suoi film), nel 2006 il maestro finlandese ha confermato lo stile surreale e malinconico del suo cinema con “Le luci della sera”.

Decide di boicottare il premio Oscar per protesta contro la politica estera della Casa Bianca e proibisce all’istituto cinematografico di Helsinki di candidare il suo nuovo film, “Luci della sera” appunto, al più ambito riconoscimento della cinematografia mondiale.
Anche quando “L’uomo senza passato” fu candidato all’Oscar nel 2002, Aki decise di non andare né di mandare un proprio rappresentante alla cerimonia, in segno di protesta per quello che stava succedendo nel mondo e per via dell’amministrazione statunitense in carica.

Kaurismäki dal suo Paese se n’è andato da tempo e ora vive per la maggior parte dell’anno in Portogallo. Lui, che per molti è uno scrittore mancato, racconta che le sue sceneggiature nascono in fretta e senza metodo: «Scrivo poco, spesso sul set. In tre o quattro giorni butto giù i dialoghi. È un processo automatico.» Devo molto del mio cinema al neorealismo italiano» dice «e a registi come Fellini, i fratelli Taviani e Antonioni. Ma soprattutto a De Sica.»

Riguardo ai suoi esordi dietro la macchina da presa, lui stesso racconta: “Forse ho pensato di fare cinema perché non sono capace di nessun lavoro onesto. Camminavo ogni giorno su e giù per le vie del centro di Helsinki cercando di rimediare i soldi per bere, ma era sempre più difficile trovarne. Allora ci siamo detti: cominciamo a fare film. Uno ha chiesto: su cosa? Io ho risposto: su questo schifo che è la nostra vita”.

data: 18/10/2008