dal 1999 testimone di un’evoluzione

“Le riprese del film di Franco Maresco su Carmelo Bene vengono bruscamente interrotte dopo l’ennesimo incidente sul set. A staccare la spina è il produttore Andrea Occhipinti, esasperato dai ciak infiniti e dai ripetuti ritardi. Dal canto suo, il regista di Belluscone e La mafia non è più quella di una volta accusa la produzione di “filmicidio”, facendo poi perdere le sue tracce. A cercare di ricucire lo strappo è un amico di Maresco, Umberto Cantone, che chiama a testimoni

“Fedele alla riscrittura neo-noir degli spazi, geografici e ambientali, Sex Crimes è un film che rifugge l’oscurità metropolitana per aprirsi alle paludi en plein air delle Everglades floridiane, dove famiglie white trash attorniate da alligatori orbitano dalla distanza attorno agli yatch e alle magioni sudiste della borghesissima Blue Bay. A completare il quadro troviamo il sax e la voce languida dei Morphine, per un perfetto softcore teen ad ambientazione liceale, ma tutti questi elementi, portati all’eccesso, esibiti e urlati fino

Autunno 1943. La giovane Rosa, in fuga da Berlino colpita dai bombardamenti, raggiunge un piccolo paese isolato vicino al confine orientale. Qui è dove vivono i suoceri e dove il marito, impegnato al fronte, le ha scritto di rifugiarsi in attesa del suo ritorno. Rosa scopre subito che il villaggio, apparentemente tranquillo, nasconde un segreto: all’interno della foresta con cui confina, Hitler ha il suo quartier generale, la Tana del Lupo. Il Führer vede nemici dappertutto, essere avvelenato è la

È la storia tragica di due sorelle, figlie di un uomo di mezza età (Ryu Chishu) che è stato abbandonato anni prima dalla moglie. La maggiore, sposata con un bevitore manesco, lo ha lasciato; la più giovane è incinta di un giovanotto che rifugge dalle sue responsabilità. La figlia minore incontra una donna che potrebbe essere, ed è, sua madre. Crepuscolo di Tokyo (1957), che intende descrivere il dramma morale della gioventù giapponese, è il più cupo dei film realizzati

“Grazie a una brillante sceneggiatura scritta da Eric Red e ispirata al testo di Riders On The Storm dei Doors (“if you give this man a ride, sweet family will die, killer on the road, yeah”), il regista mette in scena un’opera non del tutto originale ma capace di intrattenere come poche altre pellicole del periodo: se in un primo momento questa parabola on the road potrebbe far pensare all’italico cult “Autostop Rosso Sangue” (1977), la base su cui ruota

“Lisa (Mzia Arabuli) è un’insegnante in pensione. Ha insegnato storia tutta la vita e adesso potrebbe godersi un sacrosanto riposo ma la sorella è morta chiedendole di ritrovare la figlia Tekla, scappata a Istanbul senza dare più notizie. Il problema è che Liza è georgiana, vive a Batumi e naturalmente non sa una parola di turco, oltre a ignorare dove la nipote possa essersi nascosta.

“Per Emmanuel Carrère Paris, Texas è “il film più calmo, più sobrio che Wenders abbia mai diretto”. Sicuramente è l’opera che ha definitivamente consacrato il regista tedesco tra i grandi autori del cinema mondiale, vincendo la Palma d’oro a Cannes. L’ultimo film del periodo americano di Wenders, scritto da Sam Shepard, è un road movie libero, tenero e disperato, un omaggio ai luoghi del western, una rilettura umanissima dei generi hollywoodiani. Un padre che invecchia sotto il cappello da baseball

“Remo Manfredini è un fantino leggendario, ma il suo comportamento autodistruttivo sta cominciando a metterne in ombra il talento e a mettere a repentaglio la relazione con Abril, la fidanzata. Il giorno della gara più importante della sua carriera, che lo libererà dai debiti col suo boss mafioso Sirena, ha un grave incidente, scompare dall’ospedale e vaga per le strade di Buenos Aires. Libero dalla propria identità, inizia a scoprire il suo vero io. Ma Sirena è determinato a stanarlo.

“Tempo fa mi colpì questo commento di un utente su YouTube: “I film di Ozu mi fanno desiderare di essere più gentile con gli altri”. È vero: è il primo effetto che fanno, e lo notò anche il regista iraniano Kiarostami. Ogni film di Ozu è espressione del suo amore per la vita e per gli esseri umani, come testimonia un’intervista pubblicata nel 1949 su Asahi Geinō Shinbun : “Vorrei ritrarre il fiore di loto nel fango… Vorrei riflettere a

“C’è tanto, forse troppo, in Aragoste a Manhattan: ma il lavoro sull’immagine – immersa in un bianco e nero raggelato nella sua patina iperrealista, destinato a virare in pennellate significative di colori freddi – ben traduce la febbrile inquietudine che pervade il film. Una bomba sempre sul punto di esplodere fino al finale in cui la barriera che separa i due mondi antitetici – la sala e la cucina, destinate a non incontrarsi mai – finalmente salta in maniera anarchica, ribelle, nevrastenica. Aragoste a Manhattan parla