dal 1999 testimone di un’evoluzione

“In Sull'isola di Bergman, Mia Hansen-Løve, costruisce il delicato ritratto di una relazione tra due modi creativi, tra due generazioni di registi, tra un maschile e un femminile che, pur rifuggendo il conflitto, scoprono la profondità delle loro differenze.” Giampiero Frasca, cineforum.it “Se qualcuno sparla dell'ego infrangibile bergmaniano, subito torniamo sulla retta via, memorie di capolavori che tra desideri, sorrisi di notti d’estate e vampate d'amore hanno creato immortali figure di donne talvolta in attesa.” Maurizio Porro, Corriere della Sera “Ci si

Dal booklet interno: “Ricollegandosi alla tradizione dei fantasy anni Ottanta girati con l’ausilio del Rotoscope da Ralph Baskshi, i realizzatori di The Spine of Night, Philip Gelatt e Morgan Galen King, fanno propria anche l’amalgama di fanta-epica & orrore che era alla base di Fire and Ice, ma anche e soprattutto del precedente Heavy Metal di Potterton, dal quale viene probabilmente ripresa l’idea di un “Principio del Potere” concentrato in un’entità che esiste fin dalla notte dei Tempi. (…) Il

“Adattando per il grande schermo il romanzo di Honoré de Balzac, Xavier Gianolli (A l’origine, Superstar, Marguerite) sceglie di isolare quasi solamente la parte centrale, eliminando interamente alcuni personaggi e buona parte della storia e facendo del racconto ambientato negli anni della Restaurazione post-napoleonica, un affresco decadente sulla nascita della moderna stampa popolare. Il protagonista unico diventa così Lucien Chardon, orfano di padre, costretto a lavorare in una tipografia di provincia ad Angoulême, nonostante il suo sogno sia quello di

Il gatto di Luigi Comencini (1977) è il film che fece vincere il terzo David di Donatello a Mariangela Melato, le musiche sono di Ennio Morricone e le scenografie sono del premio Oscar Dante Ferretti. “Amedeo ed Ofelia, fratello e sorella, hanno due beni in comune: un gatto soriano e un decrepito palazzo abitato da un’orda di bizzarri affittuari. Un giorno un’agenzia immobiliare offro loro la mirabolante somma di 500 milioni a testa in cambio del loro stabile. Per incassarla, però,

“Dopo Io sono Li e molti documentari, Andrea Segre continua ad affrontare i temi del cambiamento e dell’identità veneziana (meglio: della perdita di identità) con Welcome Venice, scelto per inaugurare le «Notti Veneziane degli Autori». (…) Sceneggiato dal regista Marco Pettenello con bella misura e giusta distanza da tentazioni melodrammatiche, il film sa mettere in scena il dramma di una città e di una cultura, divise tra le sirene di una modernità redditizia ma anonima e una tradizione affascinante ma

Le vie dell’action-thriller sono infinite, o quasi, e il cinema sudcoreano le sa percorrere a occhi chiusi. Dal punto di vista delle strutture narrative e, naturalmente, dal punto di vista stilistico. Pensiamo a The Chaser. Pensiamo a The Man from Nowhere. Pensiamo ai tanti cult che gli appassionati conoscono a memoria. The Gangster, The Cop, The Devil, però, non si accontenta e moltiplica tutto per tre: l’elemento crime, l’elemento poliziesco, l’elemento noir. Più che l’ennesima variazione sul tema, un appassionante

Le parole che abbiamo detto. Le parole che avremmo voluto dire. Le parole che non abbiamo capito. Hamaguchi incontra Murakami, gioca con Cechov e costruisce un’altissima riflessione sul potere del linguaggio, sui labirinti dell’amore, sulla capacità di rapportarci alle altre persone. Drive My Car è un road movie dell’anima, in equilibrio tra vita e rappresentazione, dove le solitudini dei personaggi (un regista, la sua giovane autista, gli attori e le attrici del suo laboratorio teatrale) si sfiorano, si guardano allo

“Una cucina, una adolescente che si sta preparando per l’arrivo dell’amica del cuore mentre è sola in casa, e un telefono che squilla. Dall’altra parte della cornetta una voce sconosciuta pone la fatidica domanda: “Ti piacciono i film dell’orrore?”. Si riparte da qui, in questo Scream che approda nelle sale italiane nel bel mezzo di un gelido inverno per gli incassi con la speranza – lui che è abituato alle mattanze – di rivitalizzare il rapporto morente tra il pubblico

Verrà ricordato per il suo valore artistico o per il film che fece vincere il primo Oscar a Will Smith, nella stessa sera dell’ormai famoso “schiaffo” dato in diretta mondiale al presentatore Chris Rock? “Basato su una storia vera che ispirerà il mondo, ripercorre la vita di Richard Williams, un padre imperterrito che ha contribuito a formare due delle atlete più dotate di tutti i tempi, che hanno cambiato lo sport del tennis per sempre.”

“Femme fatale ha un titolo talmente paradigmatico da risultare quasi una dichiarazione d’intenti. Pur facendo infatti parte dell’ideale «ciclo hitchcockiano» di Brian De Palma, il film amplia il raggio d’azione teorico del regista di Vestito per uccidere [1980] ad un intero genere: il noir. La cosiddetta femme fatale è stata, difatti, uno dei topoi del nero cinematografico, americano e non. Donne corrotte, marce dentro: vedove nere – per riprendere il titolo di un grande omaggio al noir classico ad opera