dal 1999 testimone di un’evoluzione

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Max Ophüls

“Il Piacere” del cinema

Tedesco, di origine ebrea, Max Ophüls nasce Max Oppenheimer il 6 maggio 1902 a Saarbrücken in Germania, in una famiglia di industriali tessili. All’inizio della sua attività, svoltasi in Germania, firmò i suoi lavori teatrali e cinematografici usando lo pseudonimo di Max Ophüls. Prima della seconda guerra mondiale ottenne la cittadinanza francese, trasformando così il suo cognome in Ophuls, senza dieresi. Non fu tuttavia l’unica mutazione alla quale andò incontro: durante il suo esilio americano, nei titoli di testa dei suoi film, lo troviamo infatti citato come Max Opuls, senza “h”, poiché la pronuncia del suo patronimico era, in inglese, troppo assonante alla parola “awful”, che significa “spiacevole”, “disgustoso”.

Iniziò la sua carriera come attore teatrale nel 1919.
Alla fine degli anni Venti, con l’avvento del sonoro si indirizzò verso il teatro e la produzione cinematografica, inizialmente come aiuto regista del grande Anatole Litvak per “Mai più l’amore” (1930). Nel 1931 in Germania diresse il suo primo film: la commedia in cortometraggio “Dann schon lieber Lebertran”. Nel 1932 ci regala un grande successo “Amanti folli”, tratto da un’opera di Arthur Schnitzler, autore che frequenterà ripetutamente anche in seguito e che lo impone immediatamente all’attenzione del pubblico e della critica internazionale, e che contiene già tutti gli elementi fondamentali della sua poetica. Max Ophüls sviluppa, infatti, negli anni una poetica profondamente personale, che maschera dietro l’apparente frivolezza dei personaggi narrati, una profonda tristezza.
L’attenzione per la messa in scena, lo sfarzo dei costumi e delle scenografie e la piacevolezza narrativa nascondono una visione profondamente pessimista dell’uomo (e ancor più della donna) e del suo destino nella società del tempo. Classico melodramma ottocentesco, ambientato nell’elegante Vienna imperiale, con l’amore fra due giovani ostacolato da un’ex amante abbandonata e da un marito tradito che vuole riconquistare il proprio onore per mezzo del tradizionale duello, il film denota immediatamente l’interesse del regista per le storie in cui è solo l’amore a muovere l’azione. Considerato il successo, com’era prassi dell’epoca, il film viene rifatto dallo stesso regista in edizione francese (Une histoire d’amour), mantenendo nel cast solo l’attrice protagonista Maria Schneider, nel 1933 anno in cui è costretto dall’avvento del nazismo ad abbandonare la Germania e a trasferirsi a Parigi assumendo la cittadinanza
francese. Nei successivi otto anni lavora molto in Francia, ma anche in Olanda e in Italia, dove realizza “La signora di tutti” (1934) tratto dall’omonimo romanzo di Salvatore Gotta, con Isa Miranda; è il dramma di un’attrice stremata che, dopo un tentativo di suicidio, sul letto d’ospedale rivede, mentre le praticano l’anestesia, i momenti più dolorosi della sua vita sentimentale. Unico film girato a Roma, da segnalare come importante perché tra gli iniziatori della tecnica del doppiaggio nel cinema italiano, e per aver scatenato l’interesse della stampa, soprattutto quella di Angelo Rizzoli, produttore dello stesso film.

In Francia firma “Hanno rubato un uomo!” (1934), “Divine” (1935), “La nostra compagna” (1936), “Yoshiwara, il quartiere delle geishe” (1937), girato in studio a Parigi con un cast giapponese, “Werther” (1938) tratto dal romanzo di J.W. Goethe, “Tutto finisce all’alba” (1939) e “Da Mayerling a Sarajevo” (1940), ma anche un paio di esperimenti molto interessanti – “Valse brillante de Chopin” e “Ave Maria de Schubert” ambedue del 1936 – in cui studia approfonditamente il rapporto musica-immagine. In questi anni, Ophüls diventa una guida per i giovani critici francesi, che iniziano ad opporsi al cinema cosiddetto ‘di qualità’, privilegiando un cinema ‘d’autore’ ancora nella sua fase di gestazione. In seguito all’occupazione nazista, nel 1941 è costretto a riparare in Svizzera e poi (lasciando a metà un film appena iniziato) ad emigrare negli Stati Uniti, dove però non riesce a trovare ingaggi se non nel dopoguerra. Abbandonato, nel 1946, il progetto di “Vendetta” prodotto da Howard Hughes, l’anno successivo, per intercessione di Robert Siodmak, riesce finalmente a concludere “Re in esilio”, un film di cappa e spada con Douglas Fairbanks jr. e nel 1948, “Lettera da una sconosciuta”, tratto dal romanzo di Stefan Zweig, considerato il suo capolavoro del periodo. La storia, non particolarmente originale, di una donna che, poco prima di morire di tifo, invia una lettera all’uomo che aveva amato in gioventù e da cui aveva avuto un figlio, nella visione del regista diventa una metafora totale dell’amore romantico. Ophüls riesce a trarre il massimo dalle tecnologie che gli studi hollywoodiani gli mettono a disposizione, cosicché il melodrammatico contenuto narrativo, sentimentale, enfatico e strappalacrime fino all’estremo, incontra la forma linguistica più adeguata nei sapienti flashback con cui il regista scandisce il racconto del passato e negli eleganti piani-sequenza che realizza utilizzando il dolly come una sorta di deltaplano che insegue dall’alto i personaggi.
Non altrettanto interessanti risultano le sue due successive opere hollywoodiane “Presi nella morsa” e “Sgomento”, (entrambi del 1949), mentre lo sono sicuramente le opere che realizza al suo ritorno in Francia, a cominciare da “La Ronde” (1950), tratto sempre da Schnitzler, divertente e (per l’epoca) scandaloso film organizzato in una sequenza di dieci episodi in cui l’amore diventa una sorta di trenino da luna park che nel suo giro, ma non sempre, carica e scarica diversi personaggi, intrecciando le loro storie. Sullo stesso tono i successivi “Il piacere” (1952), tre episodi dolci-amari tratti da novelle di Maupassant, e “I gioielli di Madame de…” (1953), storia di un classico triangolo amoroso fra una ricca signora, il marito e il giovane amante.
La concezione dell’amore come «testimone» che conduce da una situazione a un’altra, ritorna nel suo ultimo film, “Lola Montès” (1955). Fortemente sottovalutato all’epoca in cui uscì nelle sale, il film è ora riconosciuto come una delle più grandi e raffinate prove tecniche del regista.
Cantore instancabile di una mitteleuropa elegante e raffinata e dell’amore romantico così come veniva concepito in quell’epoca, ma soprattutto maestro insuperato nell’uso fluido dei movimenti di macchina, suggestivi e seducenti, ma mai fini a sé stessi, Ophüls muore ad Amburgo il 26 marzo 1957 per un attacco cardiaco mentre era impegnato nella messa in scena teatrale di Le nozze di Figaro di Beaumarchais.
E’ sepolto a Parigi nel famoso Cimitero di Père-Lachaise.

François Truffaut, che non a caso lo considerava assieme a Jean Renoir il più grande regista francese, dichiara: «Max Ophüls come il suo amico Jean Renoir sacrificava la tecnica alla recitazione dell’attore” ed afferma anche «Max Ophüls era desideroso di verità, di esattezza; era un cineasta realista, e nel caso di “Lola Montés”, persino neo-realista. Lo era nella volontà di riprodurre fedelmente i suoni e le voci così come sono percepiti nella vita, ossia vagamente, al punto che i tecnici del suono si indignavano con lui poiché «non si distingueva nettamente che un terzo della colonna sonora».
Ancora nel suo libro “I film della mia vita” scrive: “Max Ophüls, nella tasca interna del suo vestito conservava gelosamente una piccola scheda di cartone sulla quale erano scritti i titoli dei film che sognava di girare; un giorno me la mostrò e vi lessi: Egmont di Goethe, Adolphe di Benjamin Constant, La belle Hélène da Offenbach, L’amore dei quattro colonnelli di Peter Ustinov, una vita di Caterina di Russia (per Ingrid Bergman), Sei personaggi in cerca d’autore e qualche titolo che non ricordo.”
“Ci sono due tipi di registi: quelli che affermano: “Vi accorgerete, il cinema è molto difficile” e gli altri che sostengono: “È molto facile, basta fare quello che passa per la testa e divertirsi’”. Max Ophüls apparteneva a questa seconda categoria. E poiché parlava più volentieri di Mozart e di Goethe che di sé, le sue intenzioni rimasero sempre misteriose e il suo stile mal compreso.”

data: 12/05/2008