dal 1999 testimone di un’evoluzione

E li chiamano geni!

Breve inchiesta sui registi del “B-movie”

Chi sono E.B. Clucher, Roger Rockefeller, Martin Dolman e Anthony M. Dawson?
Semplicemente gli anglicizzati pseudonimi di Enzo Barboni, Ruggero Deodato, Sergio Martino, Antonio Margheriti, alcuni tra i più importanti rappresentanti del cosiddetto filone B-movie, ovvero il cinema d’esportazione a basso costo prodotto in Italia tra gli anni ’70 e ’80.
C’è chi li snobba e c’è chi li chiama geni.
Adorati in Francia, America e Germania, questi registi vengono maltrattati nel nostro paese. In questi ultimi anni invece si è creato uno strano fenomeno di rivalutazione delle loro opere e della loro arte.
Veri o falsi rivoluzionari?
Attraverso questa nostra inchiesta scopriamo i nomi, i percorsi artistici e i film di una manciata tra i più importanti registi del low-budget italiano.

IL FILM DI SERIE B
Il film di “serie B” in Italia comincia ad assumere proporzioni vistose nei primi anni sessanta, col boom dei filoni come il “peplum” per esempio.
Il cinema italiano era il più richiesto dopo quello americano. I nostri divi erano conosciuti in tutto il mondo e questo genere di film andava a ruba.
In quel periodo la produzione comincia a crescere in maniera vertiginosa, fino ad arrivare ai duecento film all’anno. I filoni (mitologico e western) hanno una formula infallibile: molta azione, dialoghi ridotti all’essenziale, riprese in tempi brevi e budget risicatissimi. Si risparmia su tutto: sulle scenografie e sui costumi riciclati da altri set, sugli attori alle prime armi o presi per strada, sulle sceneggiature spesso abbozzate o improvvisate da scribacchini occasionali.

RAPIDI E VINCENTI
Risparmio e velocità diventano un marchio di fabbrica. Per i registi fare sei film all’anno diviene una normale prassi.
“Danza Macabra” di Antonio Margheriti (Anthony M. Dawson), girato in due settimane e costato 50 milioni, è uno degli horror italiani più esportati ed apprezzati nel mondo.
Ma il caso più eclatante del periodo è “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone, o meglio, di Bob Robertson. Un film al risparmio nato per scommessa, che vedeva protagonista uno sconosciuto attore americano chiamato Clint Eastwood.
Nel 1964 il film di Leone in Italia incassa almeno il doppio del suo ultrapregiato rivale americano “I magnifici sette”, il colossal western di John Sturges.

LA COMMEDIACCIA ITALIANA DEGLI ANNI ‘70
All’inizio degli anni ’70, finita la stagione dei filoni, si torna alla commedia. Sullo schermo trionfano Celentano, Montesano, Pozzetto, ma questo genere di prodotto non varca i confini nazionali. La produzione italiana allora scende di livello: da una parte la commedia miliardaria per il pubblico italiano, dall’altra il film d’azione a basso costo per l’estero.
Così da questa scissione del mercato nasce la distinzione tra prodotto di “serie A” e di “serie B”. Ma questa classificazione viene estesa anche per altri prodotti. Finiscono così per diventare di “serie B” anche i generi poliziottesco/camorristico e le commediole sexy con Edwige Fenech e Lino Banfi.

COPIATURE D.O.C.
Il cosiddetto “film per l’estero”, il “B-movie”, segue spesso la falsariga di un successo già collaudato.
“Blastfighter” di Lamberto Bava (John Old Jr.) è la storia di un Rambo dei poveri stuzzicato alla vendetta da motivi familiari anziché dal Vietnam.
“2019 – Dopo la caduta di New York” di Sergio Martino (Martin Dolman) è un polpettone futuristico che fa il verso un po’ a “Blade Runner” e un po’ a “1997 Fuga da New York”.
“I cacciatori del cobra d’oro” di Antonio Margheriti è la variante a basso costo de “I predatori dell’arca perduta”.
“L’ultimo squalo” di Enzo G. Castellari… lo lasciamo indovinare volentieri a voi.

C’E’ CHI LI CHIAMA GENI
Ma se l’originalità delle storie non è il vero punto forte di questi film, ciò che spesso viene rivendicato dai fan del genere, quella buffa schiera di appassionati che vorrebbe portare la stella di Lucio Fulci al pari di quella di Stanley Kubrick, è la grossa professionalità produttiva ed un grande amore per la tecnica da parte dei registi.
Purtroppo professionalità e amore per la tecnica, non possono bastare per trasformare un’opera zoppicante e becera in un capolavoro.
Voler trasformare a tutti i costi il ranocchio in principe, da parte di un pubblico o di una certa critica, sembra più un’operazione dettata dalla noia dei tempi piuttosto che da un reale valore intrinseco delle opere in questione.
Oggi il cinema è fiacco e abulico e purtroppo questa apatia spinge in molti casi lo spettatore ed il critico a cercare a tutti i costi qualcosa di diverso e di alternativo.
Di fronte a questa consapevolezza è meglio rimanere inattivi piuttosto che creare un movimento di fuga verso un antico mondo cinematografico mediocre e inconsistente.
Trasformare un Aristide Massaccesi (Joe D’amato) o un Ciro Ippolito (Sam Cromwell) ne “Il regista che sapeva troppo” mi sembra un’opera di restyling assai ardita. Come terribilmente ardite sono certe interviste contenute negli extra di alcuni dvd, dove si vuole a tutti i costi far credere che il seme di John Carpenter, Ridley Scott, Quentin Tarantino o Tim Burton è stato gettato da Ferdinando Baldi (Sam Livingstone), Ruggero Deodato (Roger Rockefeller) o Mariano Laurenti.
A parte alcune opere del grande Mario Bava e un paio di “poliziotteschi” firmati da Fernando di Leo sarebbe meglio soprassedere e lasciare la spazzatura nel suo bidone.
Ma se proprio volete farvi un’idea personale allora vi cosigliamo la visione di quattro perle che rappresentano per generi e contenuti l’essenza di questo stile a basso budget:

– “Aenigma” di Lucio Fuci (1987)

– “Cannibal Ferox” di Umberto Lenzi ( 1981)

– “La casa sperduta nel parco” di Ruggero Deodato (1980)

– “StarCrash – Scontri Stellari oltre la terza dimensione” di Luigi Cozzi (Lewis Cotes)

Vedere per credere… e buona visione!

nella foto il Re dei B-movie, Lucio Fulci

data: 27/08/2006