dal 1999 testimone di un’evoluzione

Il genio finlandese ha colpito ancora, dritto al cuore e all’anima degli spettatori con questo suo ultimo, grande film. Così Emanuela Martini sulle pagine di Cineforum: «fate finta che Douglas Sirk abbia deciso di girare una delle sue strazianti storie d’amore come Breve incontro di David Lean, abbassando perciò radicalmente lo status dei suoi protagonisti e, soprattutto, smorzando i toni lussureggianti ed estremi dei suoi intrecci (ma non i colori). E che poi siano passati da lì, da quella storia

“Per terminare il suo nuovo film, il regista Marc si rifugia con un manipolo di fedelissimi a casa di sua zia, in uno sperduto villaggio nelle Cevennes. Ma qui la sua creatività esplode in mille direzioni diverse, gettando la lavorazione nel caos. Allora Marc inizia a comporre un manuale che raccolga le soluzioni a tutti i problemi del mondo…” Michel Gondry ha regalato al cinema numerose perle grazie al suo stile inconfondibile, grottesco ma malinconico, psicologico e irriverente, opere del calibro di “Se mi

“Sul molo del porto di Patrasso, in Grecia, osserviamo le navi mercantili attraccate nella rada. È la prima tappa della cosiddetta “rotta balcanica”, percorsa ogni anno da migliaia di persone in fuga dai paesi mediorientali per raggiungere il cuore dell’Europa: sono uomini e donne che attraversano a piedi i boschi, le montagne, i fiumi, i campi. Il più delle volte, quando vengono fermati dalla polizia di frontiera, sono rimandati indietro al punto di partenza. È quello che alcuni di essi

“Il secondo film della trilogia bellica del regista, dopo La nave bianca e prima di L'uomo della croce, è forse il migliore, e visto oggi sorprende. Al di là dello sforzo tecnico e della verità delle riprese, le esigenze propagandistiche sono tenute in secondo piano (…) Ma a Rossellini interessano soprattutto le vittime della guerra: il viaggio di Rosati insieme a prigionieri e sfollati (…) e già neorealista, anche nel miscuglio di lingue (…) e il volo aereo finale (…)

“Incombe sempre la minaccia dell’apocalisse sulla Roma di Stefano Sollima. A otto anni da Suburra, lo scenario non è mutato. Il presagio non si è ancora avverato, ma rimane comunque sullo sfondo, come una presenza cupa, pesante. Di un enorme corpo in putrefazione. Un’ombra che si appresta a fagocitare la luce. Come in quei continui blackout che punteggiano il caldo atroce delle notti d’estate. L’inferno si profila all’orizzonte, in bagliori di fuoco. Sono incendi che si propagano alle porte della